La scuola elementare come una clinica psichiatrica: il parere della pedagogista Giacomini sulle dichiarazioni di Galimberti

Alberta Mascherpa A cura di Alberta Mascherpa Pubblicato il 26/02/2025 Aggiornato il 26/02/2025

Le recenti dichiarazioni del filosofo sull’aumento delle certificazioni per i disturbi dell'apprendimento hanno suscitato forti polemiche. Il parere della pedagogista Giovanna Giacomini che sostiene l'importanza di interventi educativi personalizzati.

Dsa scuola

Filosofo e psicanalista, nome noto del panorama culturale italiano, Umberto Galimberti, intervenendo a un incontro sulla scuola promosso da Confartigianato Vicenza, ha preso una posizione nettissima riguardo il tema dell’aumento delle certificazioni per i disturbi dell’apprendimento. Queste, proprio perché in numero sempre più elevato, trasformerebbero la scuola elementare in una sorta di clinica psichiatrica dove i certificati medici vengono utilizzati dai genitori come espediente per giustificare la negligenza dei figli.

Immediate le reazioni dei social che, a fronte di uno sparuto gruppo di sostenitori, hanno rivolto aspre critiche al filosofo, parlando nella maggior parte dei casi per esperienza diretta. Abbiamo chiesto un parere a Giovanna Giacomini, pedagogista, formatrice e ideatrice di Scuole Felici e del portale Edu-wow.com.

L’aumento delle certificazioni per DSA non sempre supportato da strumenti di tipo educativo

«L’ascolto delle parole di Galimberti ci pone inizialmente davanti a un dato di fatto reale: l’aumento esponenziale delle certificazioni per disturbi dell’apprendimento» inizia a spiegare la pedagogista Giacomini «Questo espone sicuramente al rischio che la diversità nelle capacità di apprendimento venga vista come una dimensione da “correggere” intervenendo con particolari strumenti: la scuola necessita di una certificazione che attesti che possono essere impiegate determinate strategie, il piano di studio personalizzato in particolare, per supportare i bisogni del bambino. In questa ottica l’intervento rischia di diventare di tipo “sanitario” più che educativo: si perde di vista così uno dei cardini fondamentali dell’educazione che dovrebbe sempre prevedere, per il bene di ciascun bambino, un intervento calibrato sulla base dei suoi bisogni. La scuola finisce così per aderire al concetto che l’intervento educativo, per poter essere strutturato in maniera diversa da bambino a bambino, debba essere per forza essere sorretto da una diagnosi e non da strumenti di tipo educativo».

I PDP supportano le necessità individuali

«Analizzando con attenzione le parole di Galimberti ci si rende conto però che il focus del suo intervento non era tanto puntato sulla scuola quanto sulla famiglia che il filosofo accusa di trarre un beneficio dalla certificazione in termini di facilitazione del percorso scolastico dei figli» commenta l’esperta. «In realtà chiunque lavori nell’ambito della scuola e dell’educazione ha esperienza diretta di quanto poco le famiglie che si trovano ad avere ragazzi con bisogni educativi speciali siano felici che il proprio ragazzo si trovi a seguire un percorso scolastico diverso dagli altri. I genitori sono assolutamente consapevoli del fatto che al bambino venga apposta, sia pur involontariamente, un’etichetta che in molti casi viene vissuta in maniera negativa. L’avere un piano didattico individualizzato, grazie a una certificazione, non rappresenta in quest’ottica una facilitazione ma può diventare al contrario una fonte di disagio e sofferenza per il bambino che si percepisce diverso dal gruppo dei pari, con una serie di ricadute, a volte importanti, sulla sfera emotiva. I genitori, che sicuramente hanno a cuore il benessere emotivo dei figli prima ancora che i loro risultati scolastici, sono preoccupati del segno che questa etichetta può lasciare nei bambini e nei ragazzi. Per questa ragione mi sembra difficile, e non corretto, legare l’aumento delle certificazioni a una richiesta della famiglia».

Bisogni educativi individuali: la scuola dovrebbe anche fare di più

«Occorre comunque riconoscere il fatto che da parte della scuola c’è sempre più bisogno di un’attestazione che definisca qual è il problema che riguarda un determinato alunno e quali gli strumenti diversi per poter intervenire» commenta la Giacomini. «A parer mio si tratta però più che altro di un tema che riguarda dall’interno il mondo scolastico e gli addetti ai lavori, ma che non coinvolge la famiglia che, il più delle volte, scopre con preoccupazione e con ansia di avere un figlio con bisogni educativi speciali. Una famiglia che spesso, nonostante le certificazioni, non è supportata adeguatamente in questo percorso e che non merita certo di vedersi puntare il dito contro dal momento che nella maggior parte dei casi si trova a vivere una situazione faticosa, sotto molti punti di vista. Oltre ad offrire maggior sostegno alle famiglie, sarebbe importante quindi che la scuola si indirizzasse sempre più verso una personalizzazione dell’apprendimento creando percorsi individualizzati che, al di là delle certificazioni, permettano di rispondere ai bisogni educativi che sono comunque diversi da bambino a bambino».

Le certificazioni garantiscono uguali opportunità

Al di là delle parole e delle polemiche resta il fatto che le certificazioni rappresentano un importante passo avanti nell’ottica di offrire uguali opportunità a bambini e ragazzi in ambito scolastico.

Sono il riconoscimento concreto di difficoltà, carenze e bisogni che necessitano di essere in primo luogo individuati per poter essere affrontati con gli strumenti che la scuola mette a disposizione. Nella maggior parte dei casi si tratta del cosiddetto PDP, piano didattico personalizzato, che viene redatto entro i primi tre mesi dell’anno scolastico anche con l’eventuale contributo di esperti esterni, se necessario, e con la partecipazione della famiglia.

Il PDP è un intervento obbligatorio qualora venga riconosciuto, con una certificazione, un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA) come la dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia; per gli alunni certificati in base alla legge 104 viene riconosciuta invece, sempre come obbligatoria, l’attribuzione di un PEI, Piano Educativo Individualizzato. Il PDP può essere compilato, ma in questo caso solo su decisione della scuola, anche per gli alunni con bisogni educativi speciali (BES) di varia natura, psicologica, comportamentale, emotiva ma anche per gli alunni che si trovano in situazione di svantaggio dal punto di vista linguistico, economico e sociale.

Resta in ogni caso da sottolineare l’errore di Galimberti riguardante il fatto che gli alunni con DSA vengano sempre affiancati da un insegnante di sostegno: non è così dal momento che la figura dell’insegnante di sostegno a scuola è prevista dalla Legge n. 104 del 1992 per gli alunni portatori di un handicap fisico, sensoriale o psichico che possa rappresentare una disabilità.

 
 
 

In breve

L’aumento di certificazioni che attestano bisogni educativi speciali è un dato di fatto che non dovrebbe essere letto come un pretesto messo in atto dai genitori per semplificare il percorso scolastico dei figli, ma interpretato come uno strumento utile nell’ottica di favorire un percorso educativo il più possibile aderente alle capacità e alle inclinazioni di ogni bambino.

 

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