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Non accenna a placarsi il dibattito iniziato subito dopo che la Consulta ha dato il via libera alla fecondazione eterologa anche in Italia. Gli ultimi a intervenire sono stati ginecologici, esperti di diritto ed associazioni, secondo cui al momento sono stati imposti troppi paletti. Vediamo i punti più discussi.
Solo alle coppie infertili
Innanzitutto, la legge 40/2004, che regolamenta la procreazione medicalmente assistita (Pma) e dunque anche la fecondazione eterologa, stabilisce che le uniche a poter intraprendere questa strada sono le coppie infertili in età potenzialmente fertile, maggiorenni e di sesso diverso. Quindi, la donazione di gameti è preclusa alle donne single e alle coppie omosessuali.
La donna deve avere meno di 43 anni
In secondo luogo, le linee guida sulla fecondazione eterologa prevedono che la tecnica sia offerta (gratuitamente o dietro pagamento di un ticket) dal servizio sanitario regionale solo alle donne che hanno meno di 43 anni. La ragione? Le scarse risorse economiche. Questa, però, secondo gli esperti è una grave discriminazione. “Questo limite è incostituzionale perché discrimina in base alla gravità dello stato di infertilità e all’età, anche alla luce del fatto che la legge madre, tra i requisiti, prevede un’età potenzialmente fertile, non indicando quella definitiva, in considerazione del fatto che vi è differenza tra donna e donna. La discriminazione effettuata è insomma gravissima: proviamo a immaginare se trasferissimo questo limite e la relativa giustificazione alle altre patologie. Sarebbe come prevedere che un malato di cancro possa accedere alla chemio se ha meno di 50 anni altrimenti no, meglio risparmiare quei soldi pubblici” ha affermato l’avvocato Filomena Gallo, docente di Legislazione ed etica nelle biotecnologie in campo umano dell’Università di Teramo.
Rimborsati solo tre cicli
Anche sulla questione del rimborso, i paletti sarebbero troppo severi. Infatti, il Servizio sanitario nazionale copre i costi delle tecniche della fecondazione eterologa solo per un massimo di tre cicli. Non è chiaro però se questo limite riguardi soltanto le tecniche di I livello, ossia l’inseminazione degli spermatozoi nell’utero, o se comprenda anche quelle di II livello, ossia la fecondazione in vitro degli ovociti. In quest’ultimo caso, sarebbero moltissime le coppie che dovrebbero pagare di tasca propria le cure: infatti, non sempre si ha successo ai primi tentativi e al primo step. “Fra l’altro tale limite è del tutto arbitrario dal punto vista clinico-scientifico in quanto è ormai dimostrato che l’efficacia delle tecniche di Pma (Procreazione medicalmente assistita) si riduce drasticamente non dopo tre cicli, ma dopo sei” spiega Giovanni La Sala, direttore di ostetricia e ginecologia dell’arcispedale S-Maria Nuova-Irccs di Reggio Emilia.