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La permanenza media è di quattro mesi e mezzo. Stando ai dati raccolti fino a oggi – sebbene sia presto per avere numeri definitivi – la metà delle pazienti guarisce, in due casi su dieci i disturbi alimentari diventano cronici. Le altre pazienti, sebbene non riescano a superare il problema, imparano a tenerlo sotto controllo.
Non solo anoressia
Anoressia, bulimia, binge eating, disturbi sottosoglia e forme ibride: sono diversi i disturbi alimentari di cui soffrono le ragazze ospiti della Residenza Gruber, sui colli bolognesi. La residenza, pubblica, nata un paio di anni fa da un’idea della Fondazione Gruber, accoglie le pazienti inviate dai centri psichiatrici territoriali. Da maggio 2015 sono state ricoverate 75 pazienti: “La struttura – spiega il direttore sanitario Michele Rugo – è pensata per pazienti gravi con quadri psicotici, schizofrenia, disturbi ossessivo-compulsivi, per cui il day hospital o i servizi ambulatoriali non bastano”.
Terapie individualizzate
Il percorso psicoterapico che accompagna le pazienti è tutt’altro che rigido: si va dall’impostazione cognitivo-comportamentale, all’approccio psicodinamico, passando per lo psicodramma, a seconda dei benefici che le pazienti ne ricavino, nell’ottica di una terapia personalizzata. All’interno della struttura ci sono laboratori di arte, una biblioteca e una cucina didattica, dove s’impara a familiarizzare con il cibo e a sfatare luoghi comuni.
Tante attività
C’è anche una palestra, dove è possibile seguire lezioni di danza e di yoga, “per insegnare alle ragazze ad ascoltare il proprio corpo – continua Rugo -. Le attività servono a far emergere i problemi su cui poi lavorare nelle sedute individuali. Poi ci sono gli incontri con i genitori, per capire se coinvolgerli nella terapia”. In generale, precisa lo studioso, “è più facile avere buoni risultati se la paziente è giovane e il disturbo è recente”.
Il momento dei pasti
La maggior parte delle pazienti mangia in una sala comune; solo per le ragazze per cui il momento del pasto è particolarmente angosciante, o per le pazienti che devono lavorare su aspetti come la velocità con cui consumano il cibo, i pasti vengono consumati in solitudine con l’assistenza di un terapeuta. Quando la terapia è avviata, passano un fine settimana a casa per affrontare la cucina della mamma.
Legami importanti
Le ospiti della residenza mantengono il contatto con l’esterno: escono in gruppo per vedere un film o una mostra o per fare shopping e, se vogliono, possono seguire lezioni scolastiche nelle scuole del circondario, anziché nella residenza. Salvo poche eccezioni, le ragazze ospiti della residenza vivono – e guariscono – insieme, spiega Rugo: quasi tutte le camere sono doppie, nascono relazioni importanti. “E quando vengono dimesse e tornano a casa sono lacrime, abbracci e promesse di rimanere in contatto”.