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«Imporre limiti, stabilire delle regole e dire dei no sono passaggi educativi funzionali alla crescita» spiega Elena Brusoni, educatrice milanese. Questo significa che nel momento in cui quanto proposto dai genitori viene disatteso è opportuno procedere con un rimprovero al bambino. «Occorre però interpretare correttamente la parola: rimproverare non vuol mai dire picchiare o infliggere punizioni corporali di qualsiasi genere esse siano» continua l’educatrice. Il rimprovero va poi messo in atto solo quando è davvero opportuno, dopo un’attenta valutazione da parte del genitore, e in maniera corretta, con modalità diverse in base all’età del piccolo.
Quando i neonati iniziano a capire i rimproveri
Non ha nessun senso rimproverare i neonati dal momento che non hanno ancora sviluppato la capacità di comprendere quanto sta succedendo. Tra i quattro e i sette mesi, momento in cui il piccolo comincia a manifestare emozioni che possono essere rabbia e frustrazione, gioia e allegria, anche sulla base di un nucleo primitivo della personalità che si va man mano sviluppando, è importante che i genitori osservino con attenzione il neonato e rispondano con un determinato comportamento a quello che fa. Se si mostra sereno, ad esempio, può essere utile che gli adulti rafforzino questo suo comportamento coccolandolo, parlandogli dolcemente, sorridendogli. Al contrario se piange per un capriccio, mamma e papà possono aspettare un attimo ad accorrere per prenderlo in braccio e coccolarlo. «E’ solo esercitando una presenza attenta e puntuale però che il genitore è in grado di capire se il piccolo piange perché ha un dolore, perché ha fame o perché è irrequieto non avendo dormito» spiega l’educatrice. «In tutti questi casi l’intervento del genitore deve essere tempestivo per soddisfare bisogni primari del neonato. La risposta a un pianto che si interpreta come un capriccio può arrivare invece con un maggior tempo di attesa, sia pur sempre contenuto, ma non dovrebbe mai essere in ogni caso un urlo o peggio ancora un’alzata di mani».
E questo non solo perché il neonato non può capire ma anche perché già all’età di quattro mesi i piccoli sono in grado di ricordare eventi stressanti che hanno prodotto su di loro un effetto negativo. Lo ha provato uno studio condotto da ricercatori dell’IRCCS Eugenio Medea di Bosisio Parini (Lecco), in collaborazione con l’Harvard Medical School di Boston pubblicato sulla rivista PlosOne.
Nel caso della ricerca in questione i neonati erano stati sottoposti a un evento mediamente stressante (la madre si presentava loro con un viso dall’espressione neutra, senza parlare e senza toccare il piccolo): questo si traduceva in agitazione, pianto, comportamenti compensativi come la suzione non destinata al cibo, nonché con la comparsa di segni fisiologici dello stress monitorati dai ricercatori durante lo studio. Il rilevamento più sorprendente fatto dalla ricerca riguarda il fatto che i neonati mostravano segnali di stress anche a distanza di due settimane dall’evento che l’aveva provocato testimoniando così che il ricordo di un’esperienza emotivamente stressante perdura per un tempo lungo.
Perché non vanno date le sculacciate ai bambini
Sono ormai 60 i paesi europei che hanno vietato per legge la sculacciata. L’Italia non l’ha ancora fatto anche se una sentenza della Corte Costituzionale nel 1996 si è espressa contro l’uso delle punizioni corporali. «Del resto, è ormai abbastanza chiaro che sculacciate, sberle o punizioni severe come quella di mandare a letto senza cena ma anche parole che screditano il bambino e creano una condizione di umiliazione sofferenza non rappresentano una strategia educativa» commenta l’esperta. «Non solo non insegnano e non fanno crescere ma al contrario rischiano di minare nel profondo l’autostima dei bambini innescando spesso un forte senso di rivalsa e di vendetta che può tradursi anche più avanti con l’età in un aumento dell’aggressività e in comportamenti violenti».
In un report del 2024 i medici del Royal College of Pediatrics and Child Health hanno dimostrato che i bambini che subiscono punizioni corporali hanno una probabilità quasi tre volte superiore di sviluppare problemi di salute mentale e più del doppio delle probabilità di essere oggetto di gravi aggressioni fisiche e abusi. Questo perché non sono in grado di riconoscerle o le considerano normali dal momento che le hanno provate in prima persona. «Senza dimenticare che la paura che si genera davanti a punizioni corporali ripetute crea risentimento nei confronti dei genitori alzando un muro che rompe la comunicazione e danneggia un rapporto che dovrebbe sempre essere basato sulla fiducia» continua l’esperta. «E non ci può essere fiducia dove non c’è rispetto che ha come prima manifestazione il rispetto del corpo del bambino che viene violato nel momento in cui si mettono in atto punizioni corporali».
Non picchiare i bambini non vuole dire in ogni caso essere permissivi. «Occorre sempre tenere ben presente la differenza tra essere autoritari, e lo si è quando si picchia, e l’essere autorevoli: un genitore ha il compito educativo di porre dei limiti, di dire dei no ma sempre motivandoli mantenendo aperto un dialogo che consenta di bambini di comprendere la ragione del comportamento adulto che nel momento in cui si stabiliscono delle regole nasce da una riflessione, nel momento in cui si dà una sberla nasce dalla rabbia e dalla frustrazione» conclude l’educatrice.
Intorno agli 8 mesi bambino inizia a capire il no
Perché un bambino possa capire il no è necessario ovviamente che il divieto abbia un senso per lui. «E’ inutile quindi dire a un neonato di due, tre mesi non piangere perché se lo fa ha una ragione per farlo ma quando attorno agli otto, dieci mesi comincia a entrare nella fase di sviluppo dell’autonomia i no diventano necessari in primo luogo perché non corra rischi» specifica l’educatrice
«Nel momento in cui il piccolo comincia a muoversi e camminare è importante che capisca ciò a cui non si deve avvicinare perché può rappresentare un pericolo: anche in questo caso comunque, per quanto il bimbo sia piccolo, non serve alzare la voce ma esporre il no e l’eventuale rimprovero con voce calma e al tempo stesso ferma». Se dire un no di fronte a un comportamento che espone a un pericolo può essere facile, più difficile diventa farlo di fronte a richieste che soddisfano un desiderio del piccolo come mangiare ancora una caramella o restare al parco quando è ora di tornare a casa. «In questo caso è importante che ci sia un’unità d’intenti tra le varie figure educative in modo che il no venga detto da tutte nelle stesse circostanze» continua l’educatrice. «Anche il genitore deve mostrare massima coerenza nei confronti delle regole che ha stabilito ma al tempo stesso dovrebbe cercare il più possibile di non imporre una rigidità che non ammette deroghe: se per una volta si decide di restare al parco un po’ più tardi del solito lo si può anche fare, ma spiegando con chiarezza al bambino la ragione per cui lo si fa che può essere aspettare la mamma di un amichetto che sta arrivando a prenderlo oppure semplicemente guardare insieme uno splendido tramonto».
Come sgridare il bambino a un anno
Imporre dei limiti significa anche ovviamente prendere posizione quando non vengono rispettati. «Questo nella logica comune significa rimproverare o punire» precisa l’esperta. «Ma bisogna capire bene il senso di questi due verbi e degli atteggiamenti che portano con sé». Fermo restando che sberle ma anche sgridate a voce alta non sono educative e non servono, occorre comunque far capire con chiarezza al bambino che una regola deve essere rispettata.
Il modo migliore per farlo sarebbe ovviamente quello di riuscire a fare capire al piccolo che questa regola ha un valore in sé e che dovrebbe essere rispettata indipendentemente dalle punizioni che comporta il trasgredirla. Ma è innegabile che questo sia più facile quando il bambino cresce mentre con un bimbo molto piccolo occorre indirizzarsi verso un rimprovero ma nel farlo occorre valutare bene la situazione: quello che il piccolo fa può metterlo in pericolo?
Perché lo ha fatto? Cercare di capire perché il piccolo si è comportato in certo modo non vuol dire infatti giustificarlo ma può essere d’aiuto per il genitore nello stabilire quale punizione dare. «Che in ogni caso deve essere non solo adeguata alla sua età ma anche piccola e significativa, contestualizzata cioè legata all’evento in atto e immediata visto che i bambini vivono nel presente. Un esempio: il bambino si è avvicinato troppo all’altalena che potrebbe fargli male. Non ha molto senso punirlo dicendogli che domani non verrà portato al parco o che non avrà il gelato che desidera. Ha più senso, dopo aver spiegato con chiarezza la ragione del divieto, portarlo immediatamente a casa» conclude l’esperta.
Rimproveri a 2 anni
Più il bambino cresce, più cresce la sua voglia di esplorare, sperimentare, mettersi alla prova e questo può portarlo a non rispettare le regole dei genitori. Del resto, i conflitti che il bambino vive e che lo portano a dire di no e trasgredire alle regole sono indispensabili per la crescita. «L’adulto dovrebbe sempre tenerne conto nel momento in cui pensa di dover sgridare il bambino non tanto per trovare una giustificazione ai suoi comportamenti quanto per rispondere nel migliore dei modi alla sua trasgressione» commenta l’esperta. Più il bambino cresce, infatti, più è importante che i genitori impongano a loro stessi precise regole da seguire quando si parla di rimproveri. Che non dovrebbero mai umiliare il piccolo in nessuna circostanza e men che meno davanti agli altri, non dovrebbero sminuire il suo essere, ferire la sua sensibilità, farlo sentire in colpa. «E’ basilare poi che il rimprovero sia immediato e rappresenti un’eccezionalità: continue punizioni diventano una sorta di routine che per quanto negativa finisce per non avere più effetti sul bambino» continua l’educatrice. Non serve neppure restare arrabbiati all’infinito ma al contrario è più produttivo mostrarli benevoli una volta che il piccolo testimonia con il suo comportamento di aver capito cosa non dovrebbe fare. Attenzione poi a non cadere nella trappola del senso di colpa: se dopo aver dato una punizione si offre al piccolo un premio, sia una caramella, un gelato o un giro sulla giostra, si assume un atteggiamento contradditorio che non rafforza la regola. «Fondamentale è il comportamento del genitore che dovrebbe essere sempre un esempio di coerenza per il piccolo: i genitori che rimproverano il bambino che picchia un amichetto possono sembrare contraddittori se, a loro volta, cedono facilmente all’uso delle mani. Come non è coerente un genitore che annuncia una punizione plateale e poi non la mette in atto» conclude l’esperta.
In breve
I no aiutano a crescere. Anche i rimproveri ma solo se sono adeguati all’età, immediati e sporadici. Assolutamente da evitare invece sculacciate, sberle e altre punizioni corporali che provocano danni fisici e psicologici.